Dott. Roberto Palozzi
Progetto NSF B-024-M , Smithsonian Institution
Capital expenditure and lactation energetics in Weddell seals (Leptonychotes weddellii)
McMurdo Station, 5 Dicembre 2007 (data di arrivo diario)
Sono i primi di ottobre.
L’estate antartica sta cominciando ma le temperature giornaliere oscillano ancora tra i -25 e i -30 °C, con punte a volte inferiori.
Siamo atterrati a McMurdo Station (l’enorme base Antarctica degli Stati Uniti, la più grande che esista sul continente di ghiaccio) da una decina di giorni, ma abbiamo la necessita’ di cominciare a monitorare la colonia di foche di weddell a Hutton Cliffs, perche’ il momento delle nascite dei cuccioli si sta avvicinando velocemente.
Faccio parte della spedizione dello Smithsonian Institution di Washington e sono uno degli zoologi del team che fino alla fine di dicembre studiera’ lo sviluppo e la crescita dei nuovi nati dal momento della venuta al mondo fino al loro svezzamento.
La divisa che indosso e’ quella rossa del Programma Antartico Statunitense, ma sono italianissimo. Sono di Rieti.
Hutton Cliffs sono imponenti scogliere di Ross Island, a strapiombo sull’oceano gelato, che fronteggiano i contrafforti delle montagne del continente antartico, dall’altra parte del mare di Ross. Tutto in mezzo, un’unica immensa distesa di ghiaccio testimone oggi dei nostri viaggi a bordo di veloci motoslitte e, 100 anni fa, delle imprese epiche ed eroiche dei primi esploratori antartici che l’attraversarono a piedi.
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E’ emozionante, mentre si sfreccia sulla pista ghiacciata segnata da bandiere rosse e verdi, ritrovare i punti di riferimento geografici utilizzati e annotati nei loro diari da Shackleton e Scott durante i loro tentativi di raggiungere il Polo Sud.
Da McMurdo a Hutton Cliffs ci sono circa 20 km di distanza che percorriamo in 45 minuti, quando le condizioni atmosferiche e della pista ci consentono di viaggiare spediti; ma non e’ sempre cosi’.
Da tempo immemorabile le foche di Weddell (il mammifero con l’areale più meridionale al mondo, nonche’ la foca più grande che esista in Antartide) tornano alle scogliere per partorire i loro cuccioli, allattarli, svezzarli e poi riaccoppiarsi prima di riprendere il largo in mare, a gennaio, fino alla successiva stagione estiva.
Durante il nostro primo sopralluogo registriamo solo la presenza di poche femmine gravide, cinque o sei, non di più. Ma gia’ un paio di giorni dopo gli animali sono molto aumentati in numero e con grandissimo entusiasmo, troviamo i primi quattro cuccioli nati della stagione.
Sono incredibilmente belli e teneri con i loro grandi occhi perfettamente rotondi e scuri che, da adulti, permetteranno loro di cacciare nell’oscurita’ della acque sotto il ghiaccio.
Sono coperti di lanugine e non si staccano dal gigantesco corpo della mamma alla quale in continuazione chiedono latte e protezione.
Il rapporto mamma-cucciolo e’ estremamente forte ed entrambi si confortano reciprocamente con il contatto muso-muso. Se, per una qualunque ragione, il piccolo si stacca anche di un solo metro dalla mamma comincia a piangere disperato richiamandola con il caratteristico BLEAH dei cuccioli che corrisponde, ne’ più ne’ meno, all’umano ’NGHE’ dei neonati della nostra specie.
Anche la mamma comincia a vocalizzare con suoni che a volte assomigliano a un ruggito, altre a un lamento preoccupato: solo il contatto muso-muso mette fine a tutto questo e il cucciolo torna immediatamente a cercare i capezzoli per succhiare il latte e poi addormentarsi con la pancia in aria, del tutto rilassato. A proteggerlo dal blizzard antartico, che a volte supera i 100 km all’ora, provvede il corpo materno.

